Ghiaccio, tonica e un tocco di teatro: Max Morandi racconta il gin

Max Morandi – Accademia del Barman

Tempo di lettura: 5 minuti

Ci sono drink che non passano mai di moda, e il gin tonic è uno di questi. Forse perché è semplice, immediato, eppure capace di infinite sfumature. Forse perché, come dice Max Morandi, bartender e formatore con oltre vent’anni di esperienza, “è un long drink rassicurante: sai cosa bevi, ma ogni volta puoi scoprire qualcosa di nuovo”.

Nel mondo del bar, Morandi è una figura poliedrica. Dopo anni dietro al bancone, ha fondato l’Accademia del Barman, dove forma nuove generazioni di professionisti e tiene corsi dedicati al pubblico curioso e consapevole. Oggi alterna le lezioni alle consulenze, alle masterclass e persino al teatro, con uno spettacolo che unisce divulgazione, ironia e spiriti: Esco a farmi un Gin Tonic. Un nome che è già un manifesto del suo approccio: insegnare a bere (e a vivere il drink) con leggerezza e competenza.

Il gin tonic come esperienza di equilibrio

Quando Morandi racconta il gin tonic, lo fa con una precisione quasi scientifica. Lo definisce un long drink “low-ABV”, cioè a bassa gradazione alcolica, pensato per essere bevuto con calma. Non è un cocktail da un sorso e via, ma una bevanda che accompagna il tempo: lunga, rinfrescante, conviviale.

La sua costruzione ideale parte sempre da un concetto chiaro: il gin è l’attore protagonista, la tonica la sua spalla. L’equilibrio nasce dalla loro relazione, non da una gara di intensità. Per questo, le proporzioni contano: circa 4 o 5 cl di gin e 15–20 cl di tonica, in un bicchiere ampio, capace di accogliere il ghiaccio e trattenere l’effervescenza. La temperatura e la diluizione non sono dettagli estetici, ma parti di un linguaggio: “il ghiaccio non serve solo a raffreddare, serve a tenere in vita il drink”, spiega Max.

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Gin e tonica: l’arte dell’abbinamento

Scegliere il gin giusto è come scegliere un vino per la cena. “Botanico” non significa nulla, ricorda Morandi con un sorriso: tutti i gin lo sono. Bisogna invece chiedersi che tipo di profilo aromatico vogliamo nel bicchiere: secco, agrumato, speziato, floreale o balsamico.

Durante la puntata di Tell Me Wine, ci ha portato un esempio perfetto: un gin altoatesino da 44°, con note di cirmolo e erbe alpine, balsamico e pulito, simbolo del territorio da cui nasce. È la prova che anche un gin può raccontare un paesaggio.

Lo stesso vale per la tonica. Oggi il mercato ne offre centinaia, dalle neutral o India, pensate per esaltare il gin, alle versioni herbal o fruttate, spesso protagoniste troppo invadenti. “L’errore più comune,” spiega Max, “è abbinare un gin complesso a una tonica altrettanto complessa. Si annullano a vicenda.” Meglio una base neutra, che lasci spazio al distillato, e un’attenzione particolare al contenuto zuccherino: meno zucchero significa un gusto più pulito, ma anche più “spigoloso”. È una questione di bilanciamento, come il sale in cucina: serve la giusta dose per dare corpo, ma senza coprire gli altri sapori.

In puntata, Morandi cita anche Limestone, una linea di toniche artigianali prodotte a Bolzano, di cui è brand ambassador.

“Mi piace la loro filosofia etica, ma soprattutto la varietà: una neutral per chi ama la pulizia, una herbal mediterranea, una al passion fruit dal profilo amaro e sorprendente. Tutte con zuccheri bassi e grande attenzione alla bollicina.”

Il ghiaccio: la scienza invisibile del bicchiere

Pochi sanno che il ghiaccio può rovinare un gin tonic ancora prima di versarlo. “Se prendi il ghiaccio direttamente dal freezer, con quella patina bianca, è la fine,” ride Max. “Si chiama double freeze: ha troppa aria dentro e, quando entra in contatto con la tonica, crea uno shock termico che fa friggere la CO₂. Addio bollicine.”

Il segreto è lasciarlo “decantare” finché torna trasparente. In questo modo la superficie si compatta e la tonica resta viva più a lungo. Anche la quantità conta: il bicchiere va riempito completamente di ghiaccio, non per estetica ma per fisica. Più ghiaccio = meno scioglimento, temperatura stabile e minor diluizione.

E poi c’è il ghiaccio “chunk”, i grandi cubi che mantengono il drink freddo più a lungo: una piccola evoluzione che molti bar adottano proprio per migliorare la resa dei long drink. “Il gin tonic è una bevanda conviviale,” dice Max. “Non deve diventare acqua dopo dieci minuti.”

Garnish, servizio e piccoli errori da evitare

Nel mondo del bartending, anche una scorza di limone può cambiare tutto. Morandi preferisce un garnish minimalista, una sola striscia di buccia passata sopra il bicchiere per liberare gli oli essenziali.

“Il limone ha aromi di testa, molto volatili. Se esageri, dopo pochi secondi svaniscono o, peggio, coprono il gin.”

Il servizio ideale prevede l’ordine giusto: svuotare l’acqua di fusione, versare il gin, aggiungere il ghiaccio e infine la tonica, versata con delicatezza (no ai bar spoon che rompono la bollicina). L’ideale, dice Max, è servire la tonica a parte, lasciando al cliente la libertà di regolare la diluizione.

Gli errori più comuni, secondo lui, sono quasi sempre gli stessi: abbinare gin e tonica sbagliati, usare ghiaccio non temperato, aggiungere troppi elementi decorativi.

“Un gin tonic non deve sembrare un giardino. È una formula semplice, ma proprio per questo difficile da bilanciare.”

Quando il gin arriva a teatro

La passione di Max Morandi per la divulgazione ha trovato una forma inedita con lo spettacolo Esco a farmi un Gin Tonic, che ha debuttato al Teatro Farinelli di Este con il tutto esaurito. In scena, Morandi ripercorre la storia del gin – dalle sue origini mediche al boom del Settecento inglese – tra aneddoti, ironia e degustazioni dal vivo.

C’è anche una parte interattiva: un quiz “alla chi vuol essere milionario” con il pubblico, un DJ set e una formula che lega lo spettacolo ai locali del territorio. Ogni biglietto si trasforma infatti in un token da spendere per continuare la serata con un gin tonic nei bar partner.

“Volevo creare qualcosa che unisse cultura e convivialità, non solo intrattenimento,” spiega Max. “Il gin è il pretesto, ma il messaggio è vivere il bere come un’esperienza condivisa e consapevole.”

Esco a farmi un gin tonic: il gin va a teatro

Il brindisi finale

Dietro l’ironia e la leggerezza, il messaggio di Morandi è chiaro: un buon gin tonic nasce dall’equilibrio. Non serve un barman professionista per farlo bene, ma serve attenzione: alla scelta del gin, alla qualità del ghiaccio, alla delicatezza della tonica. È una questione di cura e ascolto, gli stessi ingredienti che rendono speciale ogni brindisi.

Ascolta la puntata completa di Tell Me Wine con Max Morandi per scoprire come nasce davvero un gin tonic perfetto. E magari, la prossima volta che lo preparerai, ci penserai con un sorriso in più.

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