Fare bene e lasciare parlare: il vino eroico di Grosjean Vins
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Ci sono territori che non si lasciano raccontare facilmente. La Valle d’Aosta è uno di questi: aspra, verticale, lontana dalle grandi direttrici del vino italiano, ma proprio per questo capace di custodire storie autentiche, fatte di gesti quotidiani, di fatica e di visioni a lungo termine.
Grosjean Vins nasce qui, “in mezzo alle Alpi”, come dice Ervo Grosjean, terza generazione di una delle cantine simbolo della viticoltura valdostana.
Entrare nel mondo Grosjean significa prima di tutto entrare in una storia di famiglia, dove il vino non è mai stato solo un prodotto, ma il risultato di un rapporto profondo con la terra e con il paesaggio. Un rapporto che trova una sintesi perfetta in un motto inciso nel legno, ancora oggi presente in cantina: Bien faire et laisser dire. Fare bene, e lasciare parlare.
Una storia di famiglia, tra tradizione e responsabilità
Ervo Grosjean nasce nel 1989 e cresce letteralmente dentro l’azienda di famiglia. Fin da subito il suo percorso di studi si orienta verso il mondo agricolo ed enologico, con un passaggio fondamentale nelle Langhe, territorio vicino ma profondamente diverso, che gli permette di allargare lo sguardo senza perdere il legame con le proprie radici.
Oggi Ervo è enologo e volto della cantina da oltre dieci anni, ma soprattutto è il custode di un’eredità importante: più di 60 anni di storia, un’azienda arrivata alla terza generazione e una responsabilità chiara verso il territorio. Per Grosjean, senza la viticoltura e senza la terra non esisterebbe nulla: coltivare il paesaggio con la stessa cura che si riserva alle cose più care non è uno slogan, ma una pratica quotidiana.
Viticoltura eroica: non solo pendenza e fatica
Quando si parla di viticoltura eroica, spesso si pensa immediatamente a vigneti scoscesi, muri a secco, altitudini estreme. Tutto vero, ma non sufficiente. Per Ervo, la vera sfida dell’eroicità non è il singolo momento spettacolare, ma la quotidianità.
La viticoltura di montagna è fatta di piccoli ostacoli continui: vigneti lontani, servizi logistici complessi, strumenti che non si trovano dietro l’angolo, vendemmie concitate in cui anche un semplice densimetro rotto può diventare un problema serio. In Valle d’Aosta, anche la gestione della cantina fa parte dell’eroicità, perché tutto richiede più tempo, più pianificazione, più resilienza.
Eppure, accanto alla fatica, c’è la bellezza: il panorama, la luce, la roccia, la mineralità che si ritrova poi nel bicchiere. È un equilibrio sottile tra scomodità e privilegio, tra lavoro duro e identità profonda.
Un team che cresce insieme alla vigna
Dietro ogni bottiglia Grosjean non c’è solo una famiglia, ma una squadra ampia e stabile: oltre 20 persone lavorano in azienda, molte delle quali seguono i vigneti dalla potatura fino alla vendemmia. La scelta è chiara: meno manodopera occasionale, più continuità. Una vendemmia forse più lenta, ma fatta da persone che conoscono ogni parcella, ogni esposizione, ogni differenza tra una vigna e l’altra.
È un modo di lavorare che riflette un’idea precisa di qualità: non accelerare, ma costruire nel tempo, anno dopo anno.
25 etichette per raccontare la Valle d’Aosta
La produzione Grosjean è sorprendentemente ampia per un territorio così piccolo: circa 25 etichette, ottenute da 10–12 varietà diverse, per un totale di 160–180.000 bottiglie all’anno.
Un vero e proprio racconto della viticoltura valdostana, che parte dalle varietà internazionali introdotte dal nonno negli anni ’50 – come Pinot Nero e Gamay – e arriva alla riscoperta degli autoctoni: Petit Rouge, Cornalin, Fumin, Premetta, Mayolet.
Accanto a questi, progetti più recenti e sperimentali, come il Metodo Classico di montagna o il lavoro sul Picotendro, biotipo alpino del Nebbiolo, che trova nel Claret una delle espressioni più affascinanti e rare: poche bottiglie, grande valore storico e identitario.
Comunicare il vino, partendo dalla vigna
Uno degli aspetti centrali del lavoro di Ervo è la comunicazione. Non intesa come marketing aggressivo, ma come racconto consapevole del territorio. L’obiettivo è chiaro: far capire che in Valle d’Aosta non ci sono solo fontina e sci, ma anche vini di grande qualità.
Da qui nasce l’idea di ribaltare l’esperienza enoturistica tradizionale: non partire dalla cantina, ma dalla vigna. Perché è lì che tutto ha origine. Un’idea semplice, ma tutt’altro che scontata, soprattutto in un territorio dove raggiungere i vigneti non è sempre immediato.

Grosjean Vins: 25 etichette e 160–180.000 bottiglie all’anno
Adotta un Cru: il vino come relazione
Durante la pandemia nasce uno dei progetti più riusciti della cantina: Adotta un Cru.
Un’iniziativa che va oltre il concetto – già noto – di adozione del filare, trasformandolo in un percorso annuale: chi aderisce diventa parte attiva della vita aziendale, riceve aggiornamenti, può visitare il vigneto, partecipare (quando possibile) alla vendemmia, fino ad arrivare a un regalo finale altamente simbolico: bottiglie con etichetta personalizzata.
Un progetto che ha funzionato, e continua a funzionare, perché risponde a un desiderio profondo: sentirsi parte di una storia, non solo consumatori di un prodotto.
Da dove iniziare per conoscere Grosjean
Per chi si avvicina per la prima volta ai vini della cantina, Ervo non ha dubbi: partire dalla Petite Arvine. Varietà di origine svizzera, presente in Valle d’Aosta da oltre quarant’anni, capace di rappresentare perfettamente il territorio con la sua verticalità, mineralità e profilo semi-aromatico. Un vino che racconta la montagna senza essere ostico.
Per chi ha già più esperienza, invece, il consiglio è il Fumin: il rosso più strutturato e tardivo, che richiede tempo, attenzione e una bocca pronta ad ascoltare.
Guardare al futuro restando vivi
Quando Ervo immagina la cantina tra cinque o dieci anni, non pensa a una crescita smisurata, ma a un equilibrio.
Un’azienda ancora familiare, viva, capace di gestire internamente tutte le fasi – dalla vigna al mercato – senza perdere il contatto fisico con il lavoro. Un giorno sul trattore, il giorno dopo in viaggio. Sempre con un’attenzione crescente alla sostenibilità, in un territorio dove gran parte del lavoro resta inevitabilmente manuale: fino a 700–900 ore annue per ettaro. Fare vino, qui, significa anche questo: mettere le mani nella terra, ogni giorno, e trasformare la fatica in identità.
Se questa storia vi ha incuriosito, la voce di Ervo Grosjean la racconta ancora meglio: guardate l’episodio completo di Tell Me Wine per ascoltare direttamente dalla sua voce cosa significa fare vino, oggi, in montagna.
Guarda l’episodio completo su YouTube
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